Nostalgia di terre lontane

Philip Di Salvo
4 min readMay 19, 2021

Oggi sono 30 anni dallo scudetto della Sampdoria del 1991. Trent’anni sono meno di quelli che ho io oggi, ma coincidono con i miei anni da doriano. Uno scudetto può cambiare molte traiettorie e l’intera storia di un club e della sua tifoseria, specialmente quando non si è abituati a vincerne di frequente. Nel mio caso, è coinciso con la scoperta dell’esistenza del calcio e della possibilità che questo avesse un posto nella mia esistenza. A causare quella scoperta è stata la Sampdoria. Non c’è nulla di particolare in superficie, in una storia del genere: ognuno si sceglie la propria squadra, esattamente come ci si sceglie la propria parte in fin dei conti.

Non c’è niente di ligure, né di genovese in me: la mia geografia famigliare mi ha fatto nascere a Como, figlio di un siciliano emigrato e di una zurighese che si sono incontrati lungo il confine. Il mio essere doriano, così tanto doriano, c’entra però molto con mio padre. Niente di particolarmente peculiare, di nuovo: il tifo è spesso qualcosa che si eredita, è spesso una tradizione cui ci si accoda. Nel mio caso non c’era alcuna tradizione, a mio padre non è mai interessato molto del calcio, ma gli è sempre interessata molto la Sampdoria. Da bambino, e in fin dei conti ancora oggi, i due concetti si sono sovrapposti irrimediabilmente. Non esiste il calcio oltre la Sampdoria, ci sono al massimo altre squadre che partecipano a questa cosa che nasce e finisce con la Sampdoria.

Il 18 maggio 1991 (2' Cerezo, 13' Mannini, 29' Vialli), mentre veniva certificato lo scudetto a Marassi, non avevo ancora 4 anni e non ho ricordi coscienti di quel giorno. Ma nel 1991 c’era solo un grado di separazione tra me, Vialli e Mancini: il lavoro di mio padre. La vita di mio padre è il paradigma dell’Italia del Dopoguerra, quella in cui era più che possibile iniziare da operaio emigrato e andare in pensione da quadro anche continuando a definirsi strenuamente comunisti. Per due decenni, mio padre ha lavorato nell’azienda il cui logo è stato per anni al centro della maglia della Sampdoria. A partire dal 1991 piovvero in casa una serie di oggetti blucerchiati: una maglia di Mancini, due sciarpe, la foto ufficiale della squadra scudettata, adesivi, toppe. In fin dei conti “la squadra di papà” aveva vinto lo scudetto e papà stesso ne era molto felice. Che quella fosse anche la squadra di una città che allora non avevo mai visto non era rilevante. Aggiungete all’equazione il coefficiente intrinseco rappresentato da quella squadra, la sua rosa e quella degli anni successivi e capite bene che non si tratta di una cosa da cui si torna indietro facilmente. Il calcio era già diventato solo ed esclusivamente la Sampdoria.

Credo che anche mio padre sia diventato doriano in quel momento, complice anche un suo giovane collega genovese e iper-doriano diventato poi anche fornitore di partite della Sampdoria registrate su TELE+ che io guardavo in differita in VHS. La Sampdoria più “mia” è forse quella di Erikson con l’ultimo Mancini, Veron, Montella, Mihajlovic e Ferron. Non so che fine abbiano fatto le VHS, ma ricordo chiaramente un Sampdoria-Vicenza del 96, decisa da una doppietta di Montella. Credo di averla vista un centinaio di volte in quel periodo. La Sampdoria, poi, non se n’è mai andata. Ci siamo allontanati solo quando da adolescente pretenzioso quale ero pensavo che leggere Camus fosse incompatibile con guardare Francesco Flachi e Sergio Volpi in tv o allo stadio. L’adolescenza è il periodo giusto in cui sbagliare e mi sono ormai perdonato e, credo, fatto perdonare.

Me sfocatissimo e undicenne con Montella al ritiro di Cogne nel 1998 (poi la Samp scese in B), foto di Papà.

Mio padre è mancato lo scorso settembre e io manco da Marassi da quando gli stadi sono chiusi a causa della pandemia. Mio padre è venuto spesso allo stadio con me: tra quei gadget piovuti in casa a partire dal 1991 c’era una sciarpa che è sempre stata la sua ed è quella che hanno sempre portato anche tutte le persone fondamentali della mia vita che mi hanno accompagnato al Ferraris negli anni. La Sampdoria è qualcosa che ho sempre condiviso, anche con chi non aveva alcun interesse per il calcio. Il ricordo cui sono più legato è forse quello del derby del marzo del 2017, quando finalmente riuscì a portare papà a vederlo. Per qualche ragione a papà piaceva molto Muriel e durante la partita fece amicizia con un ragazzino che, diceva, gli assomigliava. Poi Muriel decise quel derby a metà secondo tempo.

A Genova sarò sempre foresto e questo, forse, è il segreto del mio rapporto con la città e con la Sampdoria stessa. L’adolescente pretenzioso che sono stato era convinto che la vita fosse sempre altrove. Genova è sempre stata un altrove, mio, ma altrove. La Sampdoria è sempre stata altrove. La Liguria è il posto in cui ho visto il mare la prima volta, durante una gita nel savonese in un anno che non so ricordare, ed era un mare con in primo piano una bandiera della Sampdoria. Il me bambino vedeva nella Sampdoria qualcosa di avventuroso e intrigante, che veniva da altrove, ma che mi riportava allo stesso tempo sempre più dentro la mia storia famigliare, rafforzando quel legame. Una continua nostalgia di terre lontane e per una città incredibile e assurda che non è la mia, ma dove chiudo molti cerchi.

Oggi, trent’anni dallo scudetto della Sampdoria e trent’anni di me doriano, “come mio papà”.

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